Fabio Gea

Il nonno veniva chiamato Pòtu (tra il diminutivo ed il vezzeggiativo di “Pinotto”, dialetto di Giuseppe). Era un uomo minuto, ma dal carattere forte. Con la tanto amata nonna Palma hanno avuto 12 figli, tutti allevati in quella piccola casetta di un’antica corte del Bricco di Neive, tra tante galline, alcuni conigli ed un bue. 

Il contesto legato alla minima sussistenza non ha permesso di poter valorizzare all’esterno la Sua arte. Era considerato uno tra i più esperti del bosco, della vigna ed in cantina. 

(Oltre a nonna Palma e a forse qualche vedova…) era spesso dedito alla cura ed all’“innesto” di numerose varietà di piante da frutto. Da maggio a dicembre, lungo il piccolo Sorì (ripida vigna a miglior esposizione) adiacente alla dimora, c’era sempre una qualità di uva matura pronta per il gradito ospite di passaggio. 

Sebbene io fossi un bimbo quando Pòtu passò a miglior vita, mi sembra di ricordare che gli ultimi sorrisi dal letto di morte (la casa di riposo di Neive) non fossero tanto per noi, i soliti parenti… , quanto più per l’ondulare basso-centrico dell’ infermiera. 

Anche questo aneddoto ha determinato la scelta del “beato” significato nascosto dello strano simbolo di questa rinascita, dove il sottoscritto viene ritratto come un solo suo neo. 

La provocazione vuole in generale stimolare l’attenzione su una condivisa citazione, non ricordo più di chi, comunque in ambito enologico, che rimarca la netta o labile differenza tra l’amore e la pornografia. 

La dominante, in apnea per una generazione nonostante la prolificità, è oscillante, ma sempre connotata di compiaciuta testardaggine. Tra lente, solitarie ed infinite osservazioni, prevale il fiuto delle dinamiche armoniche, il rispetto e la venerazione del frutto, del tessuto inorganico e della sua trama selvatica. Il riuso è ancor più lento e beato, i materiali naturali si colorano e gli animali da tiro faranno l’amore?

Sto personalmente, faticosamente e beatamente vivendo una regressione, valorizzando all’esterno la Sua arte.