Terre dei lanzi

Mi guardo indietro per andare avanti.

Mio nonno quarant'anni fa non aveva a disposizione nemmeno la parola che oggi usiamo con tanto accanimento: biologico.

Quella terra nel Sannio da cui nasceva il suo olio, il suo vino, le sue mele annurche era semplicemente il patrimonio che suo padre gli aveva lasciato.

Aveva ben presto capito che, rispettarla, fosse la cosa non più giusta, ma più semplice da fare.

Nel bene e nel male quella terra ha fatto campare lui, quella santa donna della moglie e i suoi tre figli, di cui uno naturalmente mio padre.

Come spesso succede in genetica, la passione per la terra salta una generazione,quella di mio padre, e mi colpisce in pieno a quasi cinquant'anni.

Coinvolgo nel progetto mia sorella la quale, per non contraddirmi, si mette a disposizione senza troppo entusiasmo . Preferisco viaggiare, mi dice, ma se non rompi tanto ti aiuto. Io le rispondo: tranquilla, siamo attrezzati. Niente di più sbagliato: il trattore è degli anni 70 ed io per lavorare i terreni ci metto tre volte il tempo necessario, il resto dell'attrezzatura poi è anche peggio. Mi son detto: qui ci vuole una rivoluzione ( termine che solitamente indica un repentino stravolgimento di un ordine costituito, e non son certa che tu ne sia capace, mi ricorda mia sorella insegnante di diritto...)

Cambio sostantivi: consapevolezza produttività e nuove tecnologie.

Ci sono luoghi più significativi di altri per iniziare una nuova avventura, e non voglio perdermi l'occasione.

Con non pochi sacrifici piantiamo oltre 400 ulivi tra cui: leccio del corno,pendolino, pampagliosa e ortolana. Non passa una settimana che, con orgoglio, porto un mio vecchio amico che produce olio e vino nella zona a vedere il mio impianto. Ci facciamo un giro nei terreni parlando senza sosta, insomma da buon appassionato di primo pelo, la sera stessa decidiamo che dobbiamo crescere, non posso aspettare due anni. Ci attrezziamo. Ho vissuto fino a vent'anni in mezzo a loro e non fatico a trovare uliveti e vigneti in affitto, e così oggi ci ritroviamo con 4000 viti di Fiano, 2500 viti di Aglianico e circa 5000 viti di falanghina sparsi su quasi 4 ettari di terreno nel Sannio a 350 mt sul livello del mare oltre a 110 piante di ulivo secolari. Come ogni tanto accade la fortuna aiuta gli audaci, e riesco a coinvolgere in questa avventura due amici cari Massimo e Paolo, ma soprattutto un'importante azienda vinicola che si occupa non solo della vinificazione ma anche della gestione della vigna. È una cantina presente sul territorio da sempre, oggi convertita interamente al biologico. I due fratelli che gestiscono l'azienda complice un mercato interno stagnante, con un cronico problema di ritardi nei pagamenti, da anni si sono affacciati al mercato estero. Io con un guizzo di lessico manageriale, quando abbiamo affrontato il discorso, ho esordito dicendo: bravi in questo modo abbattete i rischi, suddividendoli tra molti mercati. Tony il piú vecchio della famiglia mi guarda e risponde: no così sopravviviamo...perché non basta avere un approccio biologico, bisogna poi che il mercato recepisca i sacrifici fatti in vigna, e in questo momento in Italia i consumatori sono in altre faccende affaccendati.

Io vivo in Italia e son vecchio per spendere il mio tempo con la valigetta in giro per il mondo, di vino ne farò 40/45 quintali per ettaro di bianco e di rosso, vorrà dire, che mal che vada avrò molti amici da invitare a casa, per la gioia di mia moglie.